La Verità ci renderà liberi
non dovremmo temere ciò che non conosciamo, ma ciò che riteniamo vero ed invece non lo è
mercoledì 6 maggio 2026
UNA VIA SENZA NOME
Tantra e dintorni: la ricerca del sé fra Saperi d’oriente e occidente
Pierfrancesco e Chiara, dopo tempo, tornano a dialogare insieme. Abbiamo deciso di approfondire i temi trattati in una nostra precedente chiacchierata, intitolata Dissertazioni scomode sul Tantra d’Oriente e le balle d’Occidente.
Io e Chiara Sideri, Consulente sessuologa, Chinesiologa e ricercatrice di tradizioni del passato, che vive e lavora a Milano, ci siamo incontrati in Sardegna. Lo scenario è quello di una Cagliari di fine settembre. Il sole e il mare sono caldi, le spiagge brulicanti di persone. L’estate del sud Sardegna ha ritmi propri. Così come gli scenari, ancorati a un tempo che in quest’isola scorre assai più lentamente che altrove.
Richiamare il luogo dell’incontro non è vezzo poetico, ma cornice necessaria a una conversazione, lunga e delicata, che richiede lentezza e apertura, per esser letta.
Sono Pierfrancesco Lostia, ricercatore olistico e giornalista. Mi ritrovo ancora una volta e con piacere, a confrontarmi con Chiara, una donna e operatrice della relazione d’aiuto che non le manda a dire.
Nella chiacchierata precedente, Chiara ci ha guidati nel mondo del Tantra, inflazionata e fraintesa pratica indiana che, purtroppo, viene spesso impiegata per risolvere problemi emotivi, difficoltà relazionali, che richiederebbero altre soluzioni.
Giovanile in tutto, solare e pacata come la sua isola natia, Chiara riesce a tradurre le sue parole in gesti e toni sempre molto espressivi. E se da un lato è leggera e ironica, talora esplode, proprio come un’antica donna sarda, specialmente quando l’inquietudine prende il sopravvento, quando la preoccupazione verso un mondo olistico, il suo mondo, che vede minacciato e inquinato, le fa alzare la voce.
I praticanti del sabato sera
Ci riproponiamo di riprendere da dove ci siamo interrotti. Chiara, vorrei riflettere su chi si proclama con faciloneria praticante o maestro di vie antiche e tradizionali.
Pier, quando penso a chi oggi si proclama con estrema facilità praticante, o addirittura maestro, di vie antiche, la prima parola che mi attraversa è leggerezza, e per spiegarti cosa intendo parto da un episodio non tanto eclatante ma per me profondamente rivelatore. Durante una simulazione pratica, in un contesto formativo, mi fu chiesto di introdurre il Tantra a un collega che in quel momento ricopriva il ruolo di cliente, e al termine dell’esercitazione lui — con entusiasmo, con un sorriso anche piuttosto leggero — mi disse che gli avevo dato una visione davvero originale del Tantra.
Continuavo a ripetermi questa parola ma non mi tornava, non tornava nel corpo, c’era qualcosa di fuori asse, perché io non avevo detto nulla di originale — avevo, per come potevo, restituito ciò che è presente anche in alcuni testi sanscriti, una tradizione millenaria con i suoi lati meno rassicuranti, meno “piacevoli” se vogliamo, senza cercare di renderla più morbida, semplicemente riportandola per ciò che è. Lui si aspettava qualcosa di lineare, comprensibile, coerente con ciò che già conosceva, e nel momento in cui si è trovato davanti a qualcosa che usciva da quella struttura lo ha percepito come originale, ma non c’era niente di nuovo — era semplicemente altro rispetto al suo riferimento. Come scrisse Ananda Coomaraswamy, è l’ignorante, non il saggio, a considerare strano ciò che non gli è familiare.
E qui si apre il punto, perché noi confondiamo molto spesso ciò che non riconosciamo con qualcosa che pensiamo di aver compreso, entriamo in certe vie — Tantra, Yoga, tradizioni antiche — con una disinvoltura che oggi è diventata quasi la norma, non solo le pratichiamo ma ci sentiamo autorizzati a definirle, interpretarle, a dare per scontato il nostro accesso, a volte — e lo sottolineo, a volte — senza averle lasciate lavorare dentro, senza aver sostenuto ciò che ogni via richiede. E allora accade qualcosa di molto sottile: ciò che non riconosciamo lo facciamo nostro, e da lì iniziamo a costruire, e forse è proprio questo l’equivoco — un mondo antico che nasce come sacrificio, esperienza viva, pratica costante, trasformazione, viene giorno dopo giorno ridotto, reso digeribile, ma al prezzo della sua profondità.
È qui che nasce la leggerezza di cui parlavo all’inizio. Quando una via viene semplificata fino a perdere la sua profondità, diventa facilmente trasmissibile e ci si ritrova a sentirsi praticanti, a volte persino maestri, senza che ci sia stato un reale attraversamento. Si prendono forme, spesso imitazioni o rielaborazioni, e le si ripropone richiamandosi a tradizioni millenarie, quasi a legittimarle attraverso un passato che, in realtà, non si conosce davvero. I veri portatori di certe vie non facevano questo, esprimevano discipline coerenti con il loro tempo, con il corpo e con la costituzione dell’essere umano, ma soprattutto vivevano quella via: c’erano devozione, rigore quotidiano e anche un elemento oggi quasi scomparso, la segretezza, perché non tutto era accessibile né trasmissibile indistintamente. Come ricorda Mircea Eliade, ogni tecnica esoterica presuppone un’iniziazione, e questo implica preparazione, selezione e cambiamento reale.
Il punto allora non è attingere dall’antico, ma chiedersi da dove lo si fa, perché senza quel passaggio ciò che resta è una riproduzione, e riprodurre è sempre più semplice che creare. Qui entra un altro punto fondamentale: le cose vanno chiamate con il loro nome, perché nel linguaggio si gioca già una parte della verità di ciò che si sta facendo, non è solo una questione di parole ma di onestà. Se pratico neotantra lo definisco tale, senza bisogno di rivestirlo di altro, perché ogni metodo porta con sé una storia, un’origine e un perimetro preciso, e modificarne il nome per renderlo più appetibile significa già alterarne la natura.
Un massaggio rilassante ha valore per ciò che è e resta tale, non ha bisogno di essere elevato a qualcos’altro per esistere, ma quando si utilizza un linguaggio che richiama il Tantra per descrivere esperienze che appartengono a un altro piano si crea una frattura sottile ma reale, non sul piano morale ma su quello dell’allineamento tra ciò che viene detto e ciò che viene realmente proposto. Come dice Jiddu Krishnamurti, la parola non è la cosa, e continuiamo a confondere descrizione ed esperienza con una naturalezza che dovrebbe farci riflettere.
Quindi mi stai dicendo che il problema non è tanto la pratica in sé, ma il modo in cui viene presentata, il nome che le viene dato? Che c’è una sorta di travestimento in corso, in cui ciò che viene offerto non corrisponde a ciò che viene dichiarato?
Il Neotantra, di per sé, non è qualcosa da criticare, può portare benefici concreti ed essere uno strumento, ciò che diventa problematico è quando manca il coraggio di nominarlo per ciò che è. Il paradosso è che i primi a svalutarlo sono proprio coloro che lo propongono senza dichiararlo, costruendo percorsi su metodi derivati, spesso dalle meditazioni di Osho, senza mai riconoscerne la fonte, perché sanno che questo cambierebbe la percezione di ciò che stanno offrendo. Osho, in questo senso, ha avuto una reale onestà creativa, ha osservato l’essere umano del suo tempo e ha compreso che non era più possibile utilizzare le stesse modalità di accesso del passato: l’uomo contemporaneo non è predisposto alla quiete e ha bisogno di attraversare il movimento, di passare dal corpo per poter incontrare il silenzio, e da questa osservazione nasce il suo lavoro. Altri invece prendono ciò che è stato costruito in quel solco e lo riposizionano come se appartenesse a un’origine più antica, senza assumersene il peso.
Continuiamo ad apprendere dallo scritto come se fosse neutro, come se il tempo non avesse inciso sulla struttura dell’essere umano, ma non siamo più gli stessi, non lo siamo biologicamente, nella qualità del sistema nervoso e nella relazione con l’ambiente. Come osserva Iain McGilchrist, abbiamo costruito un mondo che privilegia analisi, frammentazione e controllo, e poi ci chiediamo perché non riusciamo più ad accedere a esperienze che richiedono integrazione.
Per questo, quando linguaggi estratti dalla loro cornice originaria vengono applicati come soluzioni universali, è chiaro che qualcosa non torna, non perché siano privi di valore ma perché appartengono a un equilibrio che non è più il nostro. Oggi non abbiamo semplicemente qualcosa da riattivare, ma interi spazi che non sono mai stati costruiti fino in fondo, e questo cambia radicalmente il tipo di lavoro che può essere fatto. Anche per questo, quando una coppia mi scrive chiedendo di vivere un’esperienza tantrica, non propongo una riproduzione di ciò che è stato ma un’esperienza che parta da ciò che siamo oggi. Possiamo studiare il passato e lasciarci ispirare, ma pensare che le stesse vie possano produrre gli stessi effetti è come credere che un seme, piantato in un terreno completamente diverso, possa dare lo stesso identico frutto.
E forse è proprio per questo che a un certo punto l’unica cosa davvero onesta che rimane è tornare alla natura, quella che non usa parole per esprimersi e non ha bisogno di definire o spiegare ciò che sta attraversando, semplicemente lo vive. Ciò che resta di una via tantrica autentica è qualcosa di molto più semplice, e proprio per questo più difficile da accettare: entrare in un luogo che conserva memoria, un bosco, un albero secolare, e lasciare che qualcosa si sposti dentro senza intervenire, senza cercare di comprendere subito, iniziando a muoversi non nel senso del fare ma nel permettere al corpo di ritrovare un ritmo che non è imposto dalla mente ma che emerge, che sale da un punto che non sapevi fosse ancora lì.
A un certo punto non stai più ascoltando i suoni della natura ma sei dentro quei suoni, e allora il movimento cambia qualità, diventa meno intenzionale, più aderente, fino a trasformarsi in qualcosa che somiglia a una danza — senza però cercare di dargli quel nome, perché non stai esprimendo qualcosa, stai rispondendo. Come scrive David Abram, il corpo sa cose che la mente consapevole non ha ancora formulato, e le sa perché non ha mai smesso di essere in relazione con il mondo.
E qui si apre un passaggio più sottile, perché se prima diventa fondamentale chiamare le cose con il loro nome per non confondere, esiste anche un punto in cui il nome perde centralità, ma solo quando ciò che si attraversa è reale, non costruito. Quando una via è vissuta fino in fondo non ha bisogno di essere difesa attraverso il linguaggio, perché non sta più cercando legittimazione, non è più una proposta da rendere appetibile o da confezionare per un pubblico, è qualcosa che si compie e che non può essere riprodotta in serie, nello stesso modo in cui non puoi riprodurre il momento esatto in cui un suono nel bosco ti ha fatto fermare.
In quel punto il nome può esserci oppure no, ma non è più ciò che sostiene l’esperienza, perché non stai più utilizzando una parola per tenere in piedi qualcosa che ancora non è radicato, stai abitando qualcosa che esiste anche senza essere nominato. È una differenza sottile ma radicale: quando manca profondità il nome serve a coprire, a riempire un vuoto che si sente ma non si ammette, quando invece c’è profondità il nome diventa quasi secondario, può restare ma non è più necessario, come un’impalcatura che a un certo punto si toglie perché la struttura regge da sola.
Il Tantra, forse, ha a che fare con questo tipo di riconnessione, non una tecnica, non una sequenza, ma un accordo nel senso più essenziale del termine, come quando due strumenti entrano nella stessa frequenza senza bisogno di accordarsi mentalmente, e in questo spazio non sei più tu a scegliere, ed è qui che si rivela lo spostamento più difficile da comprendere: ti lasci scegliere. La mente non lo sa fare, perché è strutturata per selezionare, organizzare, mantenere il controllo — qui invece si entra in un territorio dove nulla di tutto questo funziona più, e ciò che resta è solo la disponibilità ad esserci senza sapere in anticipo cosa succederà.
Ed è forse in quel punto che inizia davvero qualcosa, non nel massaggio, non nella tecnica, ma in quel passaggio sottile in cui smetti di portare tu e inizi, finalmente, ad essere portato.
Come sai, Chiara, sono un praticante del metodo Feldenkrais. Moshé, il geniale uomo che ha elaborato il metodo neuromotorio che porta il suo nome, affermava con forza esattamente le cose che tu hai appena detto.
Con quale spirito ti sei avvicina al Tantra?
Pier, personalmente ritengo che non ci sia stato uno spirito preciso con cui mi sono avvicinata, forse neppure una reale consapevolezza, mi sono avvicinata più per esigenza di percorso, perché come abbiamo detto nella prima intervista il termine Tantra l’ho incontrato in un contesto molto commerciale e moderno, e proprio per questo ho sentito il desiderio di andare oltre la superficie e capire cosa ci fosse davvero dietro quel nome, cosa stesse proteggendo e cosa invece fosse stato aggiunto.
Le cose che ho appreso le ho apprese più in solitudine che insieme a qualcuno, muovendomi da sola ho messo insieme tasselli che inizialmente sembravano distanti, e proprio lì ho compreso quanto si trattasse di un mondo vasto, stratificato e al tempo stesso profondamente distorto, un territorio dove la mappa che circola non corrisponde quasi mai al luogo reale. Non avevo pregiudizi, piuttosto mi sono messa in un ascolto vigile, con un bisogno quasi di custodire questa via a modo mio, cercando di distinguere ciò che era originario da ciò che era soltanto un’eco, e più andavo avanti più mi rendevo conto che non era utile insistere sul nome, perché il nome invece di chiarire spesso sposta l’attenzione, crea aspettative e porta fuori strada. Come scriveva Wittgenstein, i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, e a volte quei limiti non proteggono il sapere ma lo imprigionano.
Ho capito allora che per rispetto dovevo anche lasciare andare quel termine, o quantomeno non usarlo con leggerezza, perché sentivo che non mi apparteneva attribuirlo a ciò che stavo costruendo, che era qualcosa di mio, nato da un ascolto lungo e personale, non da una trasmissione lineare. Mi è diventato sempre più chiaro che oggi è molto più onesto essere artigiani di esperienze, un po’ come facevano gli antichi quando creavano in relazione al loro tempo, al loro corpo, alla terra che avevano sotto i piedi, senza preoccuparsi di come sarebbe stato chiamato ciò che stavano facendo.
In un certo senso mi sono avvicinata e poi mi sono anche allontanata da quel termine, non per rinnegarlo ma proprio per fedeltà, perché ho sentito che la forma più corretta di rispetto era lasciarlo al suo contesto originario e non trascinarlo dove non poteva più essere se stesso.
Secondo te cosa emerge di incoerente o limitante quando si partecipa a seminari, ritiri tantrici? Su cosa bisognerebbe fare attenzione?
Voglio fare una precisazione, perché altrimenti rischia di passare un messaggio che non è quello. Io non penso, e sarebbe anche un po’ ingenuo, che nei seminari o nei ritiri non debbano esserci incoerenze, limiti o momenti meno allineati — fanno parte di noi, fanno parte del percorso, e nessuno è esente, chi dice il contrario probabilmente non si sta guardando abbastanza.
La questione è un’altra: cosa succede a queste incoerenze una volta che emergono? Perché quello che osservo è che quasi mai vengono riconosciute per ciò che sono, vengono aggiustate, rese più belle, più coerenti con l’atmosfera, quasi lucidate, e a quel punto iniziano a diventare il percorso stesso — si accentuano i movimenti, si amplificano i suoni, si rende tutto più visibile, più intenso, come se esistesse un modo giusto di vivere ciò che sta accadendo, come se più è evidente e più è reale, quasi come se ci fosse un’estetica del sentire. E così, senza accorgertene, non sei più dentro a ciò che vivi ma dentro alla sua messa in scena, e quella distanza — che dall’esterno non si vede — cambia completamente la qualità di tutto, perché tra attraversare qualcosa e rappresentarlo c’è un abisso, anche se i gesti possono sembrare identici.
Ci sono alcune di queste fratture che incontro regolarmente, anche nel mio lavoro, e che vale la pena attraversare una per una, non per puntare il dito ma perché è proprio lì, in quei dettagli, che si vede dove un approccio è realmente radicato e dove invece sta solo imitando una forma.
L’intenzione che invade invece di ascoltare
Una delle prime cose che noto è la quantità di intenzione che circola, e non è un complimento. All’interno di molti seminari si dà grande enfasi all’abbraccio, alla connessione tra maschile e femminile, allo stare nell’accoglienza, e queste indicazioni hanno senso, ma fino a un certo punto, perché a un certo punto si impara il linguaggio del contesto, si capisce cosa è atteso, cosa “funziona”, e lì qualcosa si sposta — il gesto smette di nascere e inizia a essere prodotto. L’abbraccio diventa quasi una risposta automatica, come se il contatto fosse di per sé incontro, come se toccarsi equivalesse a riconoscersi, ma non è così: ci sono momenti in cui il corpo dell’altro non chiede un abbraccio eppure l’abbraccio arriva lo stesso, perché chi lo offre è immerso nella propria intenzione, non nell’ascolto. Questo è particolarmente evidente nei percorsi formativi, dove chi si prepara a diventare operatore tende a orientarsi verso ciò che pensa sia giusto fare, replicando gesti, modalità, qualità relazionali che ha visto valorizzate — molti lavori vengono fatti in coppia, pochissimi nello stare con se stessi, e così si rafforza l’idea che la relazione passi sempre attraverso un’azione, attraverso il contatto, mai attraverso la pausa.
Il corpo però registra tutto, lo si vede nei movimenti ripetitivi, poco fluidi, carichi di volontà e poveri di ascolto — si parla di spontaneità ma spesso è una spontaneità guidata, contenuta dentro un perimetro invisibile in cui ci si muove per essere in linea con l’atmosfera, con il format, con ciò che implicitamente viene riconosciuto come appropriato. E allora succede qualcosa di quasi impercettibile: il gesto non risponde più a ciò che accade ma a ciò che si pensa dovrebbe accadere, si crede di andare verso l’altro ma si resta centrati sul proprio bisogno, o peggio sull’immagine di sé dentro quell’esperienza, e lì si crea una frattura, perché la relazione smette di essere un incontro e diventa forma.
La nudità come aspettativa invece che come passaggio
Lo stesso vale per la nudità, che viene quasi sempre caricata di un significato che non le appartiene, come se spogliarsi fosse già di per sé un atto di apertura, quando in realtà è semmai un veicolo, un possibile passaggio, e questo raramente viene chiarito. Molte persone entrano in questi contesti con l’idea che “se siamo tutti nudi allora succederà qualcosa di potente”, ma ci sono situazioni in cui si è completamente svestiti e non si muove nulla, perché manca tutto ciò che dovrebbe stare sotto la pelle — la vera nudità non è togliersi i vestiti, è togliere gli strati mentali, le difese, le immagini di sé, e si può essere nudi nel corpo e completamente corazzati nella mente. Quando si lavora sul simbolo senza toccare la sostanza si crea soltanto un’altra forma di decorazione, più suggestiva ma altrettanto vuota.
La ricerca del gradevole e l’incapacità di stare nel difficile
C’è poi un limite che vedo continuamente, ed è la tendenza a promuovere solo ciò che è piacevole, a costruire percorsi orientati a far vivere stati positivi — benessere, apertura, energia — come se il lavoro interiore fosse una salita verso qualcosa di luminoso e basta. Ma molte persone, una volta uscite da quei contesti, crollano, diventano più dipendenti, più fragili, più legate a qualcosa di esterno, perché nessuno ha insegnato loro a stare nelle emozioni difficili, nessuno le ha accompagnate nel punto in cui il piacevole finisce e inizia ciò che normalmente si evita. Come scriveva Pema Chödrön, “la via spirituale non consiste nel sentirsi meglio ma nel diventare capaci di stare con ciò che si sente“, e qui si vede quanto questa capacità venga sistematicamente aggirata — non si tratta di forzare la rabbia o la paura, ma di creare le condizioni in cui possano emergere e venire attraversate senza essere respinte o amplificate, altrimenti si costruisce una sorta di anestesia emotiva raffinata che regge nel contesto protetto ma si dissolve nella vita quotidiana, e a quel punto il danno è doppio perché la persona non solo non ha strumenti, ma crede di averli.
Il corpo come traguardo invece che come dimora
Insieme a questo c’è il modo in cui viene trattato il corpo, perché molte persone arrivano con l’idea di dover raggiungere uno stato particolare, come se l’intero processo dovesse portarli altrove, verso qualcosa di più alto, di più espanso, di più intenso, ma non sempre si deve andare da qualche parte — a volte il lavoro è restare esattamente dove si è, e c’è una difficoltà enorme nel sostare, nell’accettare il punto in cui ci si trova, nel non chiedere nulla al proprio corpo se non di essere presente. Se non sono in grado di stare con me stessa in silenzio, senza voler cambiare o migliorare nulla, diventa difficile anche entrare in relazione con un altro, e questa gradualità, questo rispetto dei tempi, viene quasi sempre saltato come se fosse un ostacolo e non il lavoro stesso, come se la lentezza fosse un difetto e non la condizione perché qualcosa di reale possa sedimentarsi.
La simulazione della presenza
Infine c’è un aspetto di cui si parla pochissimo ma che è estremamente diffuso: la simulazione. Dentro queste situazioni le persone fingono di esserci, lo si vede negli occhi, nei gesti controllati, nelle sequenze che non hanno vita — si entra in una forma di compiacimento, si risponde a ciò che si pensa venga richiesto, e quasi nessuno lo restituisce. La guida dovrebbe essere in grado di fermarsi e dire “ti sei accorto di cosa stai facendo?”, dovrebbe aiutare a distinguere tra ciò che nasce spontaneamente e ciò che viene costruito per adeguarsi, ma spesso questo non avviene anche perché si ha davanti qualcuno che ha pagato e si preferisce restare in superficie, dire “è stato bello”, chiudere con un sorriso senza entrare nel merito di cosa è successo davvero, dove il gesto si è interrotto, dove è emersa una resistenza che nessuno ha voluto nominare.
Un percorso tantra può aiutarmi a risolvere un problema sessuale? E lo yoga può effettivamente ridurre uno stato d’ansia?
Pier, questa è una domanda che mi sento fare spesso e la risposta richiede una distinzione che quasi nessuno fa, ed è esattamente lì che si crea il problema. Un percorso tantrico o neotantrico, o più in generale un lavoro corporeo e relazionale, può essere utile per lavorare sulla presenza, sull’ascolto del corpo, sulla qualità del contatto, su quella dimensione più accogliente e consapevole che spesso nella sessualità manca — e questo ha un valore reale.
Ma c’è un confine, e quel confine va rispettato. Quando parliamo di disfunzioni sessuali stiamo entrando in un territorio diverso, che ha componenti cliniche precise e che non può essere affrontato solo sul piano esperienziale. Nella funzione erettile entrano in gioco fattori vascolari, ormonali, neurologici, psicologici e cellulari, non è mai una cosa sola. Per l’eiaculazione precoce esistono cause psicosessuali e biologiche, e può esserci una base urologica o neurologica che se non viene individuata rende qualsiasi altro intervento parziale. Nel femminile il quadro è altrettanto articolato: dolore nei rapporti, difficoltà di eccitazione o calo del desiderio possono avere a che fare con alterazioni del pavimento pelvico, stati infiammatori, assetti ormonali o dinamiche relazionali profonde — ridurre tutto a una sola dimensione è già un errore di lettura.
Il Tantra non lavora su questi piani, non è il suo campo e non deve esserlo, e il problema nasce quando qualcuno lo presenta come se lo fosse, perché a quel punto una persona con una disfunzione reale finisce per cercare in un ritiro ciò che dovrebbe cercare in un ambulatorio. Le persone arrivano nel mio studio dicendo “sarà sicuramente mentale” con una sicurezza che a volte è proprio il problema, perché quella convinzione le porta a saltare la valutazione e a ritrovarsi a lavorare nel punto sbagliato senza saperlo. Come scriveva Bessel van der Kolk, “il corpo tiene il conto di tutto“, e ignorare ciò che il corpo sta comunicando in termini clinici per andare direttamente verso un’esperienza è già un modo di non ascoltarlo.
Per quanto riguarda lo yoga e l’ansia: sì, può essere un supporto reale perché agisce sulla regolazione del sistema nervoso, sul respiro, sulla capacità di sentire senza reagire automaticamente. Una meta-analisi del 2024, pubblicata su Complementary Therapies in Clinical Practice e condotta su dieci studi randomizzati controllati con 730 adulti, ha riscontrato un miglioramento significativo ma contenuto della funzione sessuale associato allo yoga, in particolare nelle donne e negli adulti di mezza età, sottolineando però la necessità di studi più ampi e rigorosi. Per alcuni quadri femminili anche mindfulness e terapia cognitivo-comportamentale mostrano evidenze favorevoli, in particolare sul desiderio sessuale e sulla qualità della relazione con il proprio corpo. Ma questi interventi agiscono sul contesto, su ciò che circonda la funzione — non sulla funzione in senso diretto. Non intervengono su una struttura specifica come fa per esempio la riabilitazione del pavimento pelvico, che oggi ha una base molto più solida perché opera su un livello neuromuscolare preciso. Come diceva Oliver Sacks, “ogni malato ha una storia da raccontare, e la storia non è solo la malattia”: nella sessualità il contesto relazionale, emotivo e biografico conta tanto quanto il dato clinico, ma non lo sostituisce.
Non parlerei mai di “cura tantrica”. Parlerei di collocazione: il medico, il sessuologo, l’andrologo o il ginecologo da una parte, dall’altra le pratiche che aiutano a rimettere ordine nel sentire, nella relazione col corpo, nella connessione con sé e con l’altro. Non opporre i piani ma non confonderli, perché è nella confusione che si perde efficacia ed è nell’integrazione che si costruisce qualcosa di reale.
E su questo voglio essere trasparente: ad oggi non esistono evidenze cliniche dirette sul neotantra come pratica terapeutica, ciò che la letteratura supporta sono singoli interventi come yoga, mindfulness e terapia cognitivo-comportamentale studiati in contesti controllati. Dirlo non è sminuire il neotantra, è rispettarlo, perché significa restare aderenti alla realtà senza forzare le cose per farle sembrare più di quello che sono. La sessualità non è mai una sola cosa, e trattarla come tale è già una semplificazione.
«Forse ciò che abbiamo cercato di dire in tutto questo percorso è che una via non si possiede, non si esibisce e non si vende — si attraversa in silenzio e si riconosce da ciò che lascia nel corpo quando le parole si fermano. Abbiamo parlato di leggerezza, di nomi usati senza peso, di forme scambiate per sostanza, di un sapere antico ridotto a prodotto, e in tutto questo il filo è sempre stato lo stesso: la distanza tra ciò che si dichiara e ciò che si è. La profondità non è un traguardo, è una direzione, e richiede l’unica cosa che oggi quasi nessuno è disposto a concedere — il tempo di non sapere.
Voglio chiudere ringraziando Pier, perché nulla di ciò che avete letto sarebbe esistito senza i nostri confronti, le nostre riflessioni, i silenzi in cui qualcosa si spostava senza bisogno di dirlo. Pier ha un modo di ascoltare che bypassa la superficie e arriva al centro con una precisione rara, quella di chi ha imparato a sentire il mondo con sensi che la maggior parte di noi ha smesso di usare. Quello che abbiamo costruito insieme non è un’intervista, è uno scambio in cui due persone si sono incontrate nel punto esatto in cui il pensiero smette di essere esercizio e diventa carne viva, e io di questo gli sono profondamente grata».
Chiara Sideri
Ringrazio, a mia volta, chiara per il nostro viaggio. “Una via senza nome”, è così che l’abbiamo pensato fin dal principio. Grazie a Chiara, stiamo vivendo una esplorazione sensazionale, autentica, priva di semplificazioni e compromessi. Scomoda per molteplici aspetti, liberatoria come solo la verità sa essere. L’incontro ci ha permesso di alternare linguaggi semplici con altri aulici, i toni lievi e scherzosi con quelli più seri e meditabondi. L’appuntamento è per l’ultima tappa dell’itinerario, sempre dalle pagine web di Tenet22, per parlare di iniziazione, misteri e maestri. E a questo cammino chissà, potrebbero seguirne di nuovi. Ad accomunare ogni viaggio è l’unica ricerca che conta davvero: incontrare noi stessi, conoscerci nell’intimo, così da comprendere il mondo.
Pierfrancesco Lostia
FONTE: https://www.tenet22.com/una-via-senza-nome-2/
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