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giovedì 21 marzo 2019

UN PACCO CHIAMATO GRETA

Manifestazioni in tutto il mondo, copertura mediatica da mondiali di calcio, e tutti a strapparsi i capelli per il "miracolo" di questa ragazzina che, "da sola", ha messo in moto la rivoluzione ambientale che salverà il pianeta.
Con un piccolo particolare, che tutti si dimenticano di citare: non esiste un solo partito al mondo, in nessuna delle nazioni più industrializzate, pronto ad accogliere e a fare proprio il messaggio ambientalista di Greta Thunberg.
Manca cioè l'anello di congiunzione fra le parole e i fatti. Ed è forse proprio questo il motivo per cui i media si sono buttati a corpo morto sul fenomeno Greta: perchè sanno tutti benissimo che nessuno farà comunque niente, e che questa faccenda è destinata a dissolversi nel nulla nell'arco di pochissimo tempo. Un po' come quando Bergoglio invoca "la pace nel mondo" serza rivolgersi a nessuno in particolare: lo dice, la notizia passa sui telegiornali, e dopo dieci minuti è già stata dimenticata.
Quindi con Greta si fa audience - e si distoglie la gente da problemi più reali e contingenti - praticamente a costo zero. E' il buonismo da un tot al chilo, quello classico di natura boldriniana che così ferocemente appesta il mondo del politically correct.
E' bello poter stare tutti con Greta, e quindi i media fingono di stupirsi per un fenomeno che in realtà loro stessi hanno creato. Ancora una volta la popolazione di pecore è caduta nella trappola dei potenti: una vetrina assolutamente inutile, che serve da valvola di sfogo per gli animi più sensibili e frustrati, ma che non porterà assolutamente a nulla di concreto. Lo zero a zero è garantito già in partenza.
Avete infatti visto un solo politico - in Italia o nel mondo - che abbia detto. "Cazzo, Greta ha ragione! Svegliamoci, facciamo qualcosa prima che sia troppo tardi"?
Non uno. Esattamente come previsto dal piano originale.
Ancora una volta, il grande esperimento di manipolazione mediatica è riuscito in pieno.
Massimo Mazzucco
FONTE: https://www.luogocomune.net/LC/27-media/5178-un-pacco-chiamato-greta

mercoledì 6 marzo 2019

LA MORTE VIAGGIA SU AUTO ELETTRICA: LE VERITÀ SCOMODE DELLE AUTO ECOLOGICHE

05/03/19 
Carissimo Direttore, fra pochi giorni quasi tutte le testate giornalistiche daranno notizia del salone dell’auto di Ginevra e ci parleranno del rapporto automobile-ecologia per convincerci che non c’è altro futuro automobilistico che non sia a propulsione elettrica o ibrida. Se non vengono smentiti con argomenti veri e comprovati riusciranno nel loro intento reale, che è sempre e solo quello di fare propaganda a chi li paga, mascherando da informazione parole mirate e finalizzate ad uno scopo preciso, nella migliore tradizione del giornalismo prezzolato e a libro paga dei potenti.
Conoscendo molto bene le cose che non verranno dette, sento il dovere di fornirvi un’analisi tecnica completa, portando così in evidenza le verità scomode di cui questo “imbuto tecnologico” dentro al quale ci stanno portando: rischi molto alti per l’incolumità della “popolazione stradale” a cui tutti noi apparteniamo, anche da pedoni.
Nel settore nautico, la propulsione elettrica è una realtà consolidata da tempo. Il caso più evidente è quello dei sottomarini, che per le loro necessità di navigazione, non possono fare a meno di un’architettura propulsiva Elettro-DieselDiesel per la navigazione in emersione (con contemporanea generazione di corrente elettrica per la ricarica di poderose batterie di accumulatori) ed elettrica per la navigazione in immersione. Nemmeno i sottomarini a tecnologia “air indipendent” ne fanno eccezione. Molti natanti hanno poi ereditato dai sottomarini lo stesso schema motopropulsivo.
In campo aeronautico si stanno ipotizzando varie architetture, ma le reali possibilità di applicazione sono minori, perché come potete veder dagli schemi illustrati, necessitano sempre di pesanti batterie.
Per i velivoli commerciali dove il carico pagante è la ragione d’essere, non si può accettare di sacrificare questo per dover trasportare le batterie e tutta l’elettronica ad esse collegate. Si perfezionerà, quindi, la tecnologia motoristica tradizionale (in particolare per metodi e materiali di costruzione) e ci si affiderà alla chimica per produrre carburanti adeguati, anche di origine vegetale, per esempio utilizzando le alghe marine.
Per i velivoli a pilotaggio remoto destinati a missioni brevi, i motori elettrici potranno invece essere davvero utilizzati, perché questi velivoli non devono trasportare carico pagante elevato (solo strumentazioni ed armi) e contemporaneamente necessitano di propulsione silenziosa e bassa tracciatura infrarossa. E comunque se un drone precipita i danni causati dalla presenza di batterie sono “inclusi” nel danno causato dall’impatto da caduta.
Dal settore aeronautico potrebbe però evolvere in campo automobilistico l’architettura “turboelectric”. La possibile evoluzione potrebbe facilemente essere realizzata con una piccola turbina a metano preposta al solo azionamento di un generatore elettrico. Questa è infatti l’unica soluzione veramente accettabile per una diffusione globale di auto a trazione elettrica veramente sicure.
Quando questo avverrà, si potrà concludere che bastava sviluppare le idee proposte già ad inizio anni ’90 da Renault e Volvo a livello di prototipo e risparmiare capitali incredibili impiegati in ricerche partite da un presupposto (l’impiego di batterie ad alta tensione) sbagliato. Ma nel frattempo ci avranno fatto adeguatamente perdere la memoria di questo.
E così siamo arrivati al nocciolo della questione: ciò che rende così pericolosi i veicoli ibridi ed elettrici che circolano sulle nostre strade è la loro batteria ad alta tensione (SE DANNEGGIATA NELL’INCIDENTE).
Due premesse, quindi:
  1. la prima (appena fatta), è che l’incidente deve aver compromesso l’integrità dell’involucro della batteria di alta tesione, ma incidenti di questo tipo sono comunque quotidianamente tanti, ogni giorno. Altrimenti va onestamente detto che non ci sono altri problemi che non siano il costo elevato delle batteria, la loro durata e smaltimento e l’impatto ambientale per la loro costruzione;
  1. definire “ad Alta Tensione” questo tipo di batterie non è corretto da un punto di vista squisitamente elettrotecnico, vengono così chiamate in ambito automobilistico perché superano abbondantemente i 60 V DC, limite di sopravvivenza per di chi ne fosse esposto.
Stiamo parlando di batterie in grado di accumulare tensioni di circa 400 Volt DC ed erogare correnti fino a 125 Ampère. Tutti sapete cosa succede se mettete due dita nella presa di corrente di casa vostra, dalla quale escono 220V (AC) e al massimo 16 Ampère!
Le batterie di alta tensione ad uso automobilistico sono poi realizzate con materiali (Litio) che si possono incendiare al contatto con l’acqua. Facciamo allora uno sforzo di immaginazione e rispondiamo a queste due semplici domande:
  1. a quali rischi si esporrebbe chi dovesse soccorrere il guidatore di un veicolo elettrico centrato da un tram?
  2. a quali rischi si esporrebbe chi dovesse trovarsi a spegnere l’incendio di una vettura a benzina coinvolta in un incidente grave con un’auto elettrica?
Se avete risposto... avete capito tutto.
Occorrerebbe poter riconoscere immediatamente l’auto elettrica e impedire a chiunque di avvicinarsi ed usare solo estintori a CO2 o polvere. Poi delimitare la zona, accertarsi del rischio elettrico ed eventualmente annullarlo nel modo tecnicamente più idoneo per quella specifica vettura (sempre che le condizioni ambientali e meteorologiche lo consentano)! Vi pare facile?
Chi corre quindi il pericolo di folgorazione ?
È semplice: i primi soccorritori! (gli occupanti del veicolo incidentato sono considerabili - non me ne vogliate - “spendibili”)
Non ci sono odori o colature di liquido che possano mettere in allarme, né altro indizio per accorgersi se ci sono cavi alimentati interrotti e scoperti, tali da generare un arco voltaico o una folgorazione
Ma se c’è stata la rottura dell’involucro della batteria di alta tensione i suoi moduli interni potrebbero essere in corto circuito con la carrozzeria e così UCCIDERE chi entra in contatto con la carrozzeria.
Di questi pericoli i costruttori di automobili sono ben coscienti, ma come cercano di porre rimedio?
In primo luogo progettano le vetture al meglio di come possono, e sviluppano logiche ad attivazione automatiche per eliminare l’erogazione di corrente dalla batteria. Sono sforzi progettuali enormi, ma nessun progettista del mondo potrà mai prevedere come potrebbe effettivamente danneggiarsi una batteria in caso di incidente, perché non esiste un incidente uguale all’altro e perché le auto non sono degli autoblindo!
Tutti i costruttori si stanno allora indirizzando verso la “guida autonoma”, perché è l’unico modo per evitare gli incidenti stradali. L’intento è però vanificato dalla presenza di un parco auto circolante di livello tecnologico troppo eterogeneo. Sulle nostre strade continueranno sempre a girare auto che non si sa come facciano a superare la revisione …altro che essere in grado di fare la “guida autonoma”!
I Vigili del Fuoco sanno dove andare a tagliare i cavi che portano la tensione elevata, ma il loro intervento non fa altro che eliminare l’erogazione di corrente elettrica in uscita dalla batteria secondo il normale percorso di progetto. Il loro intervento non isola affatto i componenti INTERNI della batteria aventi tensione superiore a 60 V, e nell’incidente la corrente elettrica potrebbe aver trovato una via di fuga differente da quella su cui i Vigili del Fuoco agiscono con il loro intervento competente ed attrezzato.
Nella batteria ci sono certamente dei fusibili che interrompono il collegamento in serie delle sue celle interne, ma questi interrompono solo il collegamento fra moduli, non impedire che il singolo modulo, individualmente, possa costituire un pericolo letale istantaneo.
Le case costruttrici di auto ibride o elettriche formano alcuni tecnici, ed il programma di formazione è affidato al buon cuore della propria organizzazione. Ci sono case automobilistiche che fanno corsi seri ed altre no.
Ma anche nei casi più illuminati, questi tecnici così formati rappresentano solo una minima parte rispetto a quelli in forza presso le loro concessionarie ufficiali. E senza voler toccare l’argomento di quanto dispongano in termini di attrezzature adeguate nel loro lavoro quotidiano (operativo ed extra-scolastico), mi limito a dire che a loro spetta l’ingrato compito dell’artificiere davanti alla bomba.
Gli organi istituzionali Europei o Italiani hanno prodotto normative di sicurezza adeguate? No! non esiste una regolamentazione specifica per l’ambito automobilistico e ci si limita a generiche prescrizioni mutuate da altri ambiti operativi. Chiedete al Ministro dei Trasporti o alla Commissione Trasporti quali estremi di legge regolamentano l’argomento.
Nel migliore dei casi vi risponderanno che è stato adottato il protocollo del Comitato Elettrotecnico Italiano, che nasce per i rischi elettrici degli edifici e di altre infrastrutture operanti in alta tensione (quella “vera”, da 10000 V), ma non hanno ancora prodotto nulla di specifico in merito ai rischi delle automobili in vendita e circolanti per le nostre strade!
Intervenire su un incendio ad un quadro elettrico ferroviario da 10000V è infatti meno rischioso di soccorrere un’automobilista rotolato giù da una scarpata con la sua auto elettrica da 400V, perché nel primo caso si può tagliare l’erogazione di corrente “a monte”, a costo di isolare un intero quartiere, nel secondo no e bisogna intervenire subito!
In Germania, dove ogni millantata fermezza serve unicamente a nascondere il loro annaspare nella più totale incertezza, ogni singolo intervento “sul campo” da parte dello “specialista” incaricato dalla casa costruttrice del veicolo deve essere preventivamente autorizzato dal datore di lavoro. Questo è già uno scaricare sullo “specialista” ogni responsabilità, ma almeno lascia trasparire di aver intuito la delicatezza della questione.
Qui in Italia il datore di lavoro dello “specialista” dà un’unica autorizzazione “a vita”! Non è previsto nessun addestramento periodico, né visita medica supplementare oltre alla prima (tra l’altro non obbligatoria) per il conseguimento della qualifica. Se chi oggi ha preso la qualifica di “specialista”, perde domani i requisiti psicofisici o l’allenamento all’esecuzione delle procedure di verifica della scena dell’incidente, peggio per lui. Lui è “specialista” e come tale deve intervenire.
Inutile poi ricordare che l’incidente “grave” può succedere ovunque, non soltanto davanti al cancello di una concessionaria ufficiale della casa produttrice del veicolo incidentato, con lo “specialista” pronto ad intervenire attrezzato di tutto punto!
A chi dovesse obiettare che prestare soccorso ad un’auto a gas o a benzina pesantemente incidentata fa ugualmente correre dei rischi anche grandi, rispondo che da ustionato o da mutilato si sopravvive, mentre da folgorato si muore e subito, senza essere stato preventivamente messo in allarme da odori o dai liquidi, come invece avviene per le auto dotate di motori a combustione!
Sicuramente il problema dell’inquinamento c’è, ma la strada giusta per risolverlo non è quella delle auto dotate di batteria ad alta tensione. Con la diffusione di queste auto ci saranno sempre più morti folgorati. Mi aspetto che un giorno qualche costruttore automobilistico proprietario di tecnologie differenti porterà alla luce l’argomento (e forse anche documenti di folgorazioni avvenute) per eliminare qualche competitorcommerciale scomodo.
Si possono certamente sviluppare tecnologie alternative, quali quelle chimiche, per ottenere carburanti e combustibili (i due vocaboli non sono sinonimi) alternativi a quelli attuali da utilizzare su autoveicoli a assolutamente convenzionali.
Nel frattempo, il metano offre scenari ecologici e di pericolosità nettamente inferiore. Ma le auto a metano non sono state incluse nel piano di ecoincentivi per la sostituzione delle auto non ecologiche, mentre quelle elettriche ed ibride si.
Sarà un caso, ma da una consultazione del listino prezzi delle auto in commercio oggi in Italia reperibile su qualsiasi rivista automobilistica, si può notare che chi del “Dieselgate” fu vittima, oggi produce più vetture a metano che elettriche/ibride ad alta tensione. Che non voglia correre il rischio di finire un giorno anche in un “Elettrogate”?
Notare che ho parlato di metano e non di GPL, e soprattutto di motori nati in fabbrica con tale alimentazione.
A di là dell’emissioni inquinanti praticamente nulle, e dalla possibilità di rimessaggio del veicolo in ambiente chiuso, il metano può essere prodotto da decomposizione di materia organica (immondizia, residui alimentari, ecc…) e non solo dalla raffinazione del petrolio o attraverso frantumazione di scisti bituminosi (“shale gas”), che in entrambi i casi sarebbero un’ennesima violenza a questo povero pianeta già infinitamente stuprato.
Vi prego di osservare il percorso di rinnovamento propulsivo intapreso per navi cargo e TIR: grazie al metano fanno anche addirittura del tutto a meno della parte elettrica propulsiva.
Due esempi per tutti: Wartsila ed IVECO. Per chi non li conoscesse, Wartsila è l’azienda leader mondiale nella costruzione dei grandi motori navali (una portacontainer su 3 monta i loro motori).
IVECO è certamente più conosciuta, e siccome produce veicoli che viaggiano sulle stesse strade percorribili dalle stesse vetture di cui Vi ho finora parlato, a Torino produce TIR a metano (LNG, CNG e misto). Trasportano carichi da 20 tonnellate per oltre 1500 km e rispetto alle equivalenti motrici Diesel riducono l’inquinamento del 90% per gli NO(ciò che fa la differenza fra un Euro 5 ed un Euro 6) e del 99% sul particolato (le famigerate “polveri sottili”), senza dover fare uso di soluzioni tecniche mirate alla bonifica dei gas di scarico che aumentano i costi della manutenzione.
Vi pare che l’armatore di una flotta di portacontainer o il titolare di una società di autotrasporti con TIR da 1.500.000 km/anno a veicolo possa sposare tecnologie poco sperimentate?
O ritenete che lo scenario delle vetture elettriche con guida autonoma sarà un futuro certo dell’intero parco auto mondiale?
Vogliamo parlare di quale può essere il numero di autoveicoli da rendere ecologici nei paesi del gruppo “B.R.I.C.” (Brasile, Russia, India, Cina, dove ci sono importanti costruttori automobilistici o dove da decenni si fa uso di carburanti di derivazione vegetale su meccaniche assolutamente convenzionali), rispetto al piccolo mondo industrializzato su cui si concentra tutta la nostra miopia?
Il futuro della motopropulsione stradale non è quello elettrico, indipendentemente dal lavaggio del cervello che ci fanno. Costruttori automobilistici di indubbio prestigio tecnologico svilupparono e provarono anche a commercializzare vetture alimentate a metano già negli anni’80: non mancava la tecnologia, mancarono gli acquirenti (o meglio di un marketing di pari livello di quello attuale che ci spinge dentro l’imbuto della propulsione elettrica)!
La rete di distribuzione del metano liquefatto (LNG) che solo pochi anni fa disponeva di due soli distributori, oltretutto collocati in modo disomogeneo (a Piacenza e Novi Ligure), oggi ha una diffusione sul territorio a prova di scettici.
Le infrastrutture necessarie per supportare un parco auto globale elettrificato non hanno invece ancora raggiunto una diffusione omogenea sul territorio nazionale e con enorme ritardo stanno iniziando ora ad essere visibili nelle città più grandi. E parlo di infrastrutture pubbliche.
Per quelle private, come il garage di una comune abitazione, sappiate che l’attuale tempo di ricarica per una batteria ad alta tensione ricaricata da rete elettrica domestica è di circa 8 ore a 2300 Watt, sempre che non abbiate anche in funzionamento frigorifero, condizionatore e lavatrice, altrimenti il vostro contatore domestico da 3 KW “salta” e non si ricarica un bel nulla!
Questo è comunque il problema minore, perché le prese elettriche domestiche solitamente sono limitate ad un carico massimo di 1500 Watt. A 2300W per 8 ore consecutive il rischio di incendio del garage tende a diventare una certezza…
Ovviamente il problema è risolvibile, basta dotarsi di una colonnina erogatrice allacciata ad un contatore dedicato, anche di tipo professionale. Quanto costa? Fatevi fare un preventivo, insieme a quello dell’auto elettrica che comprerete con gli ecoincentivi da cui sono state escluse le vetture a metano e vediamo se vi conviene…
Sperando di aver fatto cosa utile, vorrei sintetizzare tutta questa lunga lettera in 3 parole: non fatevi fregare!
Con i migliori complimenti per la Vs. rivista, il ringraziamento per la considerazione e lo spazio dati, ma anche la richiesta di tutelare la mia privacy omettendo riferimenti alla mia identità, dal momento che (come avrete capito) sono un professionista del settore...
Lettera firmata
Foto: web



Tratto da:
http://www.difesaonline.it/evidenza/lettere-al-direttore/la-morte-viaggia-su-auto-elettrica-le-verità-scomode-delle-auto


sabato 23 febbraio 2019

IL DENARO E L'INTERESSE



"IL DENARO E' STATO CREATO PER GLI SCAMBI; 

L'INTERESSE, INVECE, GLI ASSEGNA LO SCOPO DI RIPRODURSI DA SE STESSO.

PER QUESTA RAGIONE QUESTO TIPO DI GUADAGNO E', TRA TUTTI, IL PIU' 

AMPIAMENTE IN CONTRASTO CON LA LEGGE DI NATURA"


ARISTOTELE (384-322 a.C.)      

NON CAPIRE O MENTIRE




SE QUALCUNO 

NON E' IN GRADO DI SPIEGARE 

IN MODO SEMPLICE E COMPRENSIBILE QUALCOSA, 

E' PERCHE' 

O NON L'HA COMPRESA 

O HA QUALCHE COSA DA NASCONDERE.

mercoledì 6 febbraio 2019

IL TAO GENERÓ L'UNO

“Il Tao generò l’Uno, l’Uno generò il Due, il Due generò il Tre e il Tre diede origine alle  innumerevoli creature”. (Tao te king, vers. 42)

Eppure, duecento anni dopo, riflettendo sulla sentenza del Maestro, Chuang Tze  莊子 precisava: 
“L’Uno e la sua espressione fanno Due; questi due e l’uno [originale] fanno Tre.
Un abile calcolatore che volesse continuare così, non ci riuscirebbe; come potrebbe riuscirvi un uomo ordinario?
Deducendo l’Essere dal Nulla si ottengono già tre idee distinte”.
Dunque stando a quanto scrisse questo anacoreta e filosofo taoista, l’inizio primigenio della realtà esistenziale (il “cominciamento”, I Yuan一源), cioè l’Uno generato dall’essere/non-essere inesprimibile (il Tao), si esprime appunto come tre enti sorti simultaneamente, cioè apparsi immediatamente dall’Uno senza una mediazione logica: senza “un Due” che s’interponga fra l’Uno originario e il Tre, colui che “diede origine alle innumerevoli creature” come sancisce il Tao Te King. Nella veduta di Chuang Tze l’Uno è l’epifania dell’insondabile Tao, che rendendosi operativo diviene istantaneamente Tre. Quindi dobbiamo concludere che il savio cinese ci dà notizia di una entità che è “una e trina” al contempo, cioè di tre entità ben distinte che hanno però, incomprensibilmente, una identica essenza, che sono un’unica, pura e ineffabile realtà. Che poi si voglia denominarle “forze”, “principi” o “persone” lasciamolo all’indagine scientifica, filosofica o religiosa di competenza. Un nome vale l’altro: sono solo nozioni; ecco il senso dell’avvertimento “il Tao che si può nominare non è il vero Tao”. Si ha a che fare in ogni caso con entità sovrasensibili e imperscrutabili, propriamente metafisiche (lett. “oltre la natura”): un vero e proprio “mistero della fede”. Viene spontaneo notare che, in tema di religioni comparate, sia la teologia cristiana quanto quella vedica considerano le tre entità metafisiche come persone (o divinità) di pari dignità: ora la Santissima Trinità cristiana ora la Trimurti induista. 
Per il taoismo è diverso. 
Il Tao viene considerato “sacro”, è vero, ma anziché come persona o divinità il taoista l’assume con l’atteggiamento spregiudicato, innocente, proprio di chi fa dell’incontro col diversamente ignoto una esperienza trascendentale. Sottolineiamo “diversamente” perché ciò che appare (il fenomeno) non è un’incognita qualsiasi; proprio dai sentimenti inconfondibili e sconvolgenti che la sua sostanzialità suscita nel soggetto, rivela il suo essere sovrannaturale, sacrale: stupore per “L’affascinante”, timore per “Il totalmente altro”, tremore per “Il portentoso”, sbalordimento per “Il numinoso” ; definizioni elencate da Rudolf Otto nella sua analisi fenomenologica sul sacro, il misterium tremendum che egli individuava come l’essenza dell’esperienza religiosa.
Nondimeno, la legge “dell’Uno che diviene Tre” per poter creare da sé la realtà del mondo è una costante che esula dalla sfera del dogma religioso per invadere i campi limitrofi delle scienze fisico-chimiche (vedi l’elettrone, il protone e il neutrone), nonché della speculazione filosofica: vedi i tre tempi o determinazioni della dialettica hegeliana (tesi, antitesi e sintesi).  
Un altro grande fenomenologo delle religioni, Eliade, opportunamente annota: 
“Non abbiamo sfortunatamente a disposizione una parola più precisa di «religione» per indicare l’esperienza del «sacro». [omissis] Forse è troppo tardi per cercare una parola nuova e il termine «religione» può essere ancora utile, a condizione di tener presente che esso non implica necessariamente la credenza in Dio, negli dèi o negli spiriti, ma si riferisce alla esperienza del «sacro» e di conseguenza è connessa all’idea di essere, significato e verità.” [...] 

“La consapevolezza di un mondo reale e significativo è intimamente connessa alla scoperta del sacro ed attraverso tale esperienza lo spirito umano ha afferrato la differenza tra ciò che si rivela reale, potente, significativo e ciò che non lo è, vale a dire il caotico e pericoloso flusso delle cose, le loro fortuite apparizioni e sparizioni prive di significato”.  

“Il «sacro» è insomma un elemento nella struttura della coscienza, e non uno stadio nella storia della coscienza stessa. Ai livelli più arcaici di cultura vivere da essere umano è in sé e per sé un atto religioso, perché l’alimentazione, la vita sessuale e il lavoro hanno valore sacrale. In altre parole essere – o, piuttosto, divenire – un uomo significa essere «religioso»”.
Solo intesi in questo modo il Tao ed il taoismo possono interpretarsi come espressioni religiose, per cui nel prossimo capitolo toccheremo di sfuggita la voce “religione”, che per nostra sorpresa rimarrà associata soltanto parzialmente alla fenomenologia del sacro, allorché si scoprirà che il concetto di “religione” è tutt’altro che esclusivo, mentre invece i concetti di “mistico”, “trascendente” e “divino” appartengono di diritto all’univocità del sacro.

Fonte: 2° cap. “La radice autoctona: il Taoismo" di Bu-do esoterico. La dimensione interiore delle Arti Marziali Orientali (Nexus Edizioni, 2018).

TRATTO DA:  https://www.nexusedizioni.it/it/CT/il-tao-genero-luno-5861

venerdì 25 gennaio 2019

Solar Warden Le Astronavi Top Secret del Nuovo Ordine Mondiale



Esiste davvero una Flotta di Astronavi Terrestri ad Antigravità? Ex agenti dell’intelligence e soldati in pensione parlano di un programma spaziale Top Secret di stampo militare, sviluppato grazie alla tecnologia scoperta su alcuni dischi volanti alieni precipitati, denominato “Solar Warden”. A gestire questa Flotta Terrestre sarebbe un team internazionale composto da militari Americani, Russi e forse anche Cinesi, che grazie alle avveniristiche tecnologie ottenute dagli extraterrestri, avrebbero colonizzato Marte già dagli anni ’60.


mercoledì 23 gennaio 2019

Dialisi e trapianto: una trappola da cui nessuno è mai uscito

di Alessandro Bruno

Ormai da tempo possiamo assistere ad un travolgente progresso tecnico: le auto si rinnovano costantemente, i dispositivi elettronici diventano sempre più presenti (per non dire invadenti) nelle nostre vite, comunicare con l'altro capo del mondo in istantanea da uno schermo non è più dominio di uno Spock di Star Trek anni '70. Nonostante questo travolgente susseguirsi di innovazioni, continuiamo a portarci dietro un fossile vivente: non sto parlando di un'auto o di un vecchio pc degli anni '90, bensì di una cosa ben più importante, che dovrebbe per prima far le valigie lasciando spazio alle giovani innovazioni… Ed invece, come spesso possiamo notare, il progresso tecnologico in medicina non è quasi mai così sorprendente…

Mi riferisco alla dialisi. La dialisi, o meglio l'emodialisi, è una cura dalle radici ottocentesche₍₁₎. Per quanto fosse ancora solo una pura applicazione sperimentale teorica o poco di più, resta una signorina che si porta dietro i suoi 165 anni contando la teoria ed i suoi 73-74 contando le applicazioni terapeutiche sull'uomo. 

Non vi annoierò con tecnicismi superflui. Voglio però parlarvi di cos'è veramente la vita di un nefropatico (malato di insufficienza renale) oggi, nel 2019. Quando la funzione renale diventa così insufficiente da poter provocare la morte del paziente (non sempre questo è accaduto: ci sono casi, soprattutto in meridione, dove i centri privati convenzionati abbondano di persone sottoposte alla dialisi che avrebbero potuto farne a meno₍₂₎) si deve ricorrere alla terapia sostitutiva: la dialisi.
Brevemente, fare la dialisi significa sottoporsi a lunghe sedute di anche oltre 4 ore, in cui i pazienti si collegano ad un dispositivo detto "rene artificiale", provvisto di filtro. Il sangue passa attraverso questo circuito e viene restituito semi-ripulito ai pazienti. Ci sono due modi per collegarsi a queste macchine: uno attraverso un catetere venoso (un vero supplizio, non tanto per il dolore in sé, quanto il convivere semi-permanentemente con un catetere venoso) e l'altro consiste nel farsi bucare un accesso vascolare con degli aghi di dimensione considerevole. La cura va ripetuta 3-4 volte la settimana (ed anche oltre in alcuni casi) per tutta la vita. 

Oltre agli immensi disagi di chi si deve recare costantemente in un reparto dialisi, si aggiungono anche tutte le problematiche collaterali a livello medico, sociale, economico ecc. ₍₃₎. La dialisi infatti rende quasi impossibile lavorare, condurre una vita normale ed intrattenere normali rapporti umani, soprattutto alla pari. Molte volte infatti, i dializzati sono abbandonati dai rispettivi partner, dalle famiglie, dagli amici. 

Questo non deve stupire purtroppo. La pseudo-cultura dominante predica un individualismo sfacciato, da "ognuno per sè, Dio per tutti"... Chi fa la dialisi non può frequentare un locale come normalmente farebbe una persona comune, per una semplice ragione: i dializzati smettono di urinare, e smettere di urinare significa dovere contenere i liquidi il più possibile. Voi non ci fate caso ovviamente, ma un solo bicchiere d'acqua contiene in media 250 ml, la metà della dose media giornaliera permessa ad un paziente nefropatico anurico. Mangiare, vuole dire bere di conseguenza, in quanto anche il cibo contiene liquidi, oltre che una moltitudine di sali e sostanze che occorre tenere sotto controllo.

Quindi anche l'alimentazione diventa un problema: per evitare di bere e di mangiare troppo e male, spesso il dializzato evita i locali pubblici il più possibile. Comprenderete che se il nefropatico non è un povero anziano semi-paralitico la vita diviene tutt'altro che una passeggiata! Non bere ha delle ripercussioni psicologiche da notte horror. Ho sentito e visto personalmente pazienti nefropatici bere di nascosto rischiando di affogare per edema polmonare, persone che nel tempo diventano isteriche/maniaco depressive… Ho visto persone parlare in solitaria, mangiare compulsivamente la carta, avere comportamenti autolesivi, perdere completamente la lucidità ecc. … Nessuno ti può aiutare in tutto questo calvario, perché al nefropatico interessa giustamente solo non fare più la dialisi e tornare a vivere come una persona normale, ma questo è decisamente impossibile oggi, essendo quella renale, una funzione fondamentale per la vita. 

Parliamo ora di quella che dovrebbe (e sottolineo "dovrebbe") essere la soluzione: il trapianto renale. 

Quando si entra in dialisi ci si sente subito di chiedere che destino attende le persone in questa condizione. Come si può uscirne? Con il trapianto di rene è la risposta più immediata. Si deve però essere inseririti in una lista, le cui logiche sono per molti poco chiare, ed attendere che qualcuno muoia in un incidente e che i familiari acconsentano alla donazione degli organi. La seconda opzione consiste nel ricevere un rene da un donatore vivente, spesso un familiare, oppure da un donatore samaritano, in una donazione incrociata. Al primo impatto sembrerebbe abbastanza facile: ci si fa operare, si passa un periodo di controlli e di convalescenza e poi si torna alla normalità. In verità, non è affatto così semplice. 

Il trapianto di rene infatti ha una durata in termini di anni, per ragioni che ora non starò qui a specificare. Principalmente per via dell'utilizzo degli immunosoppressori… che sono nefrotossici! Eh sì, perché i farmaci che dovrebbero preservare il rene trapiantato dalla reazione immunitaria, danneggiano il rene essi stessi nel corso del tempo!!! 

Ora, dato che gli immunosoppressori vengono prodotti da delle S.p.a. come tutti i farmaci, quindi da aziende quotate in borsa che producono farmaci ai fini di guadagno, e non di certo per opera di bene, è chiaro che se dovessimo riflettere e cercare il conflitto di interessi da parte dei produttori-venditori, qualora questi farmaci avessero un uso limitato nel tempo… non dovremmo di certo faticare molto. Andiamo nel dettaglio.

Gli immunosoppressori sono utilizzati in concomitanza con il cortisone a dosaggi anche piuttosto elevati, con il risultato che un trapiantato deve stare attentissimo e sottoporsi regolarmente a dei controlli. Queste attenzioni possiamo riassumerle dicendo che un trapiantato non può nemmeno stare al sole senza protezione solare, perché le pastiglie che prende ogni giorno lo predispongono a contrarre tumori della pelle oltre che a degli episodi oncologici potenzialmente mortali. Per non parlare delle infezioni batteriche, virali, fungine... Ogni cosa può danneggiarti molto seriamente: basta una brutta tosse o una infezione per rischiare la vita nel peggiore dei casi, e dovere tornare in dialisi... o entrambe le cose. Questo perché nel caso in cui il paziente sia a rischio di vita, bisogna sospendere la terapia immunosoppressiva, perdendo di conseguenza l'organo ricevuto. 

Una soluzione quindi solo temporanea, che ha anche numerosi risvolti socio-psicologici come la dialisi stessa. Infatti sia la dialisi che il trapianto (per ragioni che adesso non approfondirò nel dettaglio) spesso danneggiano l'aspetto fisico dei pazienti per via dei farmaci e degli eccessi di liquidi ed altri squilibri, alterando il colore della pelle, facendo comparire sfoghi, deformando il viso e facendovi emergere delle occhiaie/ borse che cambiano completamente il proprio aspetto fisico, oltre che rallentare il metabolismo, catabolizzando il tessuto muscolare e rendendo i poveri nefropatici spesso magrissimi e cronicamente deboli. Questa situazione crea a moltissimi pazienti enormi disagi nel rapporto con se stessi e con gli altri. 

Tutti questi rischi/ disagi devono essere superati e tollerati dal paziente, fino al suo ritorno in dialisi. Eh si, perché se il paziente sopravvive abbastanza a lungo, prima o poi deve tornare in dialisi. Soprattutto se si tratta di una persona in giovane età. E quindi che si fa? Semplice: si fa un altro trapianto di rene! Cominciate a capire?! Si, perché c'è chi di trapianti ne ha dovuti sostenere anche 3. 

Ad oggi quindi non ci sono soluzioni definitive, se non quella di rimbalzare tutta la vita dalla dialisi al trapianto... finché morte non ci separi. Sì, perché l'unico modo per liberarsi della dialisi è quello di morire nel tempo della durata di un trapianto, altrimenti si è di nuovo da capo, e ridotti peggio di prima dalle terapie immunosoppressive. 

La volontà è la nostra unica ancora di salvezza. Inoltre, ormai da diversi mesi si sta cercando di istituire quella che sarà una associazione culturale o una onlus ₍₄₎ volta a diffondere consapevolezza su queste problematiche, oltre che fare conoscere le VERE soluzioni che esistono ma che tardano ad arrivare e di cui non si sente mai parlare, soprattutto nelle sedi appropriate e da parte degli operatori del settore, se non in modo superficiale, molto saltuario e poco fiducioso.

Mi riferisco al rene artificiale ₍₅₎, un progetto molto promettente che però sembra subire ostacoli e rallentamenti di ogni tipo. E se subisce ostacoli e rallentamenti possiamo solo immaginarne il motivo: con un'ampia diffusione di questo strumento cadrebbe di colpo l'intera macchina mondiale della dialisi, che rende attualmente centinaia di milioni di dollari per chi la gestisce.

Noi dializzati siamo come galline dalle uova d'oro: incatenati a vita alla macchina della dialisi, rendiamo ricchi quelli che le gestiscono, mentre le nostre vite se ne vanno nel silenzio dell'oblio.

Vi chiediamo di diffondere questo articolo e di informarvi su questo tema. Chiunque può finire in questa trappola da un momento all'altro. La dialisi sopravvive perché non se ne parla abbastanza, perché gode di una certa "copertura", essendo un problema poco conosciuto e dibattuto. Il numero di nefropatici nel mondo sta aumentando sempre di più, perciò occorre risolvere questo problema alla radice. Inoltre, risolvendo il problema della dialisi/trapianto, non solo si libera i pazienti da questa schiavitù, ma si abbatte anche il lato oscuro dei trapianti: il traffico di organi. Perché senza più bisogno di organi da trapiantare, anche il commercio illegale degli organi cesserebbe per mancanza di domanda. La dialisi ha bisogno di un saldo, numeroso e vivace movimento di critica - come ve ne sono stati per la chemioterapia ed i vaccini - per essere sconfitta. Costruiamolo insieme!
Note: 
(1) Excursus storico dell’emodialisi. F. Papagno, V. Pepe, F. Soleti, M. Giannattasio, Struttura Complessa di Nefrologia e Dialisi Putignano ASL Bari

(2) Archivio de laRepubblica.it 1997 05 22 QUANDO LA DIALISI E' SPECULAZ.: .."sono direttamente condizionate dagli interessi economici privati. "Ci sono regioni come la Campania", racconta Pio Bove, coordinatore del Forum nazionale delle associazioni dei nefropatici, dei dializzati e dei trapiantati, "dove la struttura pubblica è praticamente inesistente. Le cliniche convenzionate possono agire senza alcun controllo. E le insufficienze renali diventano un pozzo di San Patrizio. Ad esempio si avvia la gente alla dialisi anche quando non ce ne sarebbe ancora bisogno."

(3) A. Molinini, buonacausa.org: "Tra i principali problemi che, a medio e lungo termine, portano il dializzato ad una condizione di vita infernale, logorando la psicologia del paziente e conducendolo verso una sempre più evidente pazzia ed esasperazione, refertata da psicologi e psichiatri come sindrome ansioso depressiva, e, in taluni casi, psicomania depressiva con atteggiamenti compulsivi tesi all'autolesionismo, figurano: prurito uremico; picacismo selettivo; necessità di odorare detersivi e/o benzine; onicofagia; tricotillomania; prurito da iperfosforemia; prurito allergico da contatto del sangue con linee, tubi, acque per osmosi, filtri; prurito insorto per utilizzo continuo di anticoagulanti; ferite da grattamento, procurate cercando di togliere un prurito che non va mai via e che è talmente profondo e intenso da toglierti il sonno, da portarti alla follia, da non farti vivere più; danni gastrointestinali dovuti a smodato utilizzo di farmaci, soprattutto se chelanti del fosforo; mal di schiena (posizione di immobilità prolungata su poltrone spesso vecchie, rotte, scomode, malconce, inadeguate alle esigenze di un paziente in stato di immobilità totale o parziale nelle ore di dialisi e sulle quali non c'è manutenzione o periodica sostituzione); discriminazioni sociali, lavorative, sentimentali, perdita del lavoro, mancate assunzioni; scarsa attenzione e gentilezza del personale assistente medico e infermieristico, che, con crescente superficialità nel corso degli anni, tratta il paziente come un numero di passaggio, con sempre meno umanità, spesso con superficialità anche nella somministrazione delle terapie (di cui spesso l'ospedale nemmeno dispone per motivi misteriosi), ed infine, extrema ratio, soprattutto per gli infermieri in evidente stato di burn out, ad errori grossolani e fortemente lesivi sulla fistola artero venosa nell'attacco e nello stacco degli aghi; sindrome delle gambe senza riposo; calcificazioni ossee, venose e arteriose; crampi; mal di testa prolungati e spesso resistenti a terapia; collassi; sete continua e inestinguibile, un vero e proprio incubo che ti tortura il cervello ogni singolo giorno della vita, in ogni minuto, in una continua guerra logorante e insostenibile con ogni singola goccia d'acqua; cardiopatie ischemiche o di altra natura insorte a seguito di trattamenti dialitici troppo pesanti e prolungati nel tempo; edemi polmonari, spesso letali, altre volte passeggeri e recuperati in tempo con dialisi d'urgenza; Insufficienza respiratoria; iperpotassemia; stati edematosi periferici; stanchezza, astenia, mancanza di lucidità nelle 5 ore successive al trattamento, rabbia, irritabilità, furto di sangue al cervello e relativo stato confusionale, dolori alle gambe, impossibilità permanente o passeggera di camminare, affanno; impotenza e calo della libido (con drammi di coppia che spesso portano alla rottura di lunghe relazioni, o, addirittura, a sfasciare famiglie che prima erano felici); nausea, vomito, ipotensione e ipertensione; iperparatiroidismo; inadeguatezza allo sforzo fisico (dal camminare al correre, dallo sport leggero a quello più impegnativo) causa emoglobina bassa e cuore in perenne affanno; alto rischio di arresti cardiaci; braccio con la fistola deformato e aneurismi enormi e brutti da vedere (motivo di frequente curiosità morbosa o allontanamento volontario della gente comune) da rimodellare, eventualmente, chirurgicamente; tendenza al suicidio

(4) L'ASSOCIAZIONE SI CHIAMERA' PROBABILMENTE PAPILLON BLEU, ispirandoci alla vicenda di Henri Charrière, ingiustamente deportato in una colonia penale francese e riuscito ad evadere dopo una lunga detenzione. H. C. scrisse un libro che diventò il celebre film "Papillon".
Già attiva sottoforma di pagina facebook e come gruppo di ascolto/supporto e critica, il gruppo si chiama: "Dialisi adesso basta" come pagina del gruppo, e "Dialisi adesso basta" gruppo di discussione.

(5) The Kidney Project (rene bio-artificiale impiantabile, progetto condotto dalla Università di San Francisco in California) https://pharm.ucsf.edu/kidney , https://www.facebook.com/ArtificialKidney/

TRATTO DA: https://www.luogocomune.net/LC/21-medicina-salute/5135-dialisi-e-trapianto-una-trappola-da-cui-nessuno-%C3%A8-mai-uscito

venerdì 18 gennaio 2019

Diffida contro la "falsa scienza"

Questo gruppo di medici:
Dr. Franco Trinca, Dr. Fabio Franchi, Dr. Armando Lippolis, Dr.ssa Anna Rita Iannetti, Dr. Dario Miedico, Dr. Roberto Petrella, Dr. Gerardo Rossi, Avv. Roberto Ionta, nella qualità di membri del Gruppo di lavoro Scientifico-Giuridico “VACCINO VERITAS”
ha sottoscritto una DIFFIDA ALLA DIFFUSIONE DI “FALSA SCIENZA” RELATIVA A NOTIZIE FUORVIANTI E/O INFONDATE E/O ERRATE SUI RISCHI E DANNI DA EVENTI E REAZIONI AVVERSE GRAVI DA VACCINI
Indirizzandola ai dottori Burioni (virologo), Lopalco (coordinatore strategie vaccinali), Ricciardi (ex-presidente ISS), Villani (presidente pediatri italiani) e per conoscenza al Ministro della Sanità, al pres. Del Consiglio e ad altre istituzioni ed autorità, che conclude dicendo:
«Si DIFFIDANO, per l’effetto, i destinatari della presente missiva dal rilasciare interviste scritte o verbali e ogni altra forma di esternazione di “falsa Scienza”, relativamente a infondate negazioni e/o sottovalutazioni dei non trascurabili rischi e danni di eventi e reazioni avverse gravi correlabili alle vaccinazioni.
In difetto, non potendosi escludere l'eventualità del determinarsi delle conseguenze gravemente dannose sopra indicate e direttamente correlate alle dette esternazioni, ci si riserva di adire l’Autorità giudiziaria, nessuna sede esclusa, al fine di chiedere che si valuti la riconducibilità delle possibili eventuali lesioni gravi e/o gravissime, finanche il decesso, alla detta condotta.
Si precisa, fin da subito, come la presente diffida sarà posta a disposizione dei soggetti i cui figli o sottoposti dovessero subire eventi avversi gravi correlabili alle vaccinazioni, nel caso gli stessi confermassero di aver prestato il proprio consenso informato alla vaccinazione a seguito della lettura o l'ascolto di generiche e infondate rassicurazioni di “falsa Scienza”, negazioniste della reale e documentata incidenza -per nulla statisticamente trascurabile di reazioni ed eventi avversi gravi correlabili ai vaccini, esternate dai soggetti diffidati in riferimento a casi specifici o diffuse alla popolazione tramite i media o in qualunque altro modo.»
QUI il documento originale, che è ampiamente corredato da una documentazione scientifica ineccepibile e incontrovertibile.

TRATTO DA: https://www.luogocomune.net/LC/21-medicina-salute/5132-diffida-contro-la-falsa-scienza

venerdì 11 gennaio 2019

L'assassino più letale del cancro esiste in ogni cellula


Scientists discover new kill code embedded in each cell to extinguish cancer


Marcus Peter, PhD, the Tom D. Spies Professor of Cancer Metabolism, was the lead author of the studies published in Nature Communications and eLife.



A kill code is embedded in every cell in the body whose function may be to cause the self-destruction of cells that become cancerous, reports a new Northwestern Medicine study published in Nature Communications.


As soon as the cell’s inner bodyguards sense it is mutating into cancer, they punch in the kill code to extinguish the mutating cell.


The code is embedded in large protein-coding ribonucleic acids (RNAs) and in small RNAs, called microRNAs, which scientists estimate evolved more than 800 million years ago in part to protect the body from cancer. The toxic small RNA molecules also are triggered by chemotherapy, Northwestern scientists report.



Cancer can’t adapt or become resistant to the toxic RNAs, making it a potentially bulletproof treatment if the kill code can be synthetically duplicated. The inability of cancer cells to develop resistance to the molecules is a first, the scientists said.
“Now that we know the kill code, we can trigger the mechanism without having to use chemotherapy and without messing with the genome. We can use these small RNAs directly, introduce them into cells and trigger the kill switch,” said lead author Marcus Peter, PhD, the Tom D. Spies Professor of Cancer Metabolism.
Chemotherapy has numerous side effects, some of which cause secondary cancers, because it attacks and alters the genome, Peter said.
“We found weapons that are downstream of chemotherapy,” noted Peter, also a professor of Medicine in the Division of Hematology and Oncology and of Biochemistry and Molecular Genetics, and a member of the Robert H. Lurie Comprehensive Cancer Center of Northwestern University.
The paper describing the kill code and identifying how the cancer-fighting microRNAs use the code to kill tumor cells was published in Nature Communications. The paper describing that protein-coding large RNAs can be converted into toxic small RNAs was published in eLife.
“My goal was not to come up with a new artificial toxic substance,” Peter said. “I wanted to follow nature’s lead. I want to utilize a mechanism that nature developed.”
In research published in 2017, Peter showed cancer cells die when he introduced certain small RNA molecules. He also discovered cancer cells treated with the RNA molecules never become resistant because the molecules simultaneously eliminate multiple genes cancer cells need for survival.
At the time, Peter said, “It’s like committing suicide by stabbing yourself, shooting yourself and jumping off a building all at the same time. You cannot survive.”
But he didn’t know what mechanism caused the cells to self-destruct. What he knew was a sequence of just six nucleotides (6mers) present in small RNAs made them toxic to cancer cells. Nucleotides are organic molecules that are the building blocks of DNA and RNA. They are G, C, A or T (in DNA), or U (in RNA).
In the first of the new studies, Peter then tested all 4,096 different combinations of nucleotide bases in the 6mers until he found the most toxic combination, which happens to be G-rich, and discovered microRNAs expressed in the body to fight cancer use this 6mer to kill cancer cells.
In the second new study, Peter showed the cells chop a gene (Fas ligand) involved in cancer cell growth into small pieces that then act like microRNAs and are highly toxic to cancer. Peter’s group found about three percent of all protein-coding large RNAs in the genome can be processed in this way.
“Based on what we have learned in these two studies, we can now design artificial microRNAs that are much more powerful in killing cancer cells than even the ones developed by nature,” Peter said.
The next step? “We absolutely need to turn this into a novel form of therapy,” Peter said. He is exploring multiple ways to trigger the embedded kill code to kill cancer cells, but stressed a potential therapy is many years off.
Other Northwestern authors are Elizabeth Bartom, PhD, assistant professor of Biochemistry and Molecular Genetics, Quan Gao, William Putzbach and Andrea Murmann.

Un codice di uccisione è incorporato in ogni cellula del corpo la cui funzione potrebbe essere quella di provocare l'autodistruzione delle cellule che diventano cancerose, riporta un nuovo studio della Northwestern Medicine pubblicato su Nature Communications.

Non appena le guardie del corpo interne della cellula percepiscono che si sta trasformando in cancro, inseriscono il codice di uccisione per estinguere la cellula mutante.

Il codice è incorporato in grandi acidi ribonucleici codificanti proteine ​​(RNA) e in piccoli RNA, detti microRNA, che gli scienziati stimano evoluto più di 800 milioni di anni fa in parte per proteggere il corpo dal cancro. Anche le molecole di RNA tossiche sono innescate dalla chemioterapia, riferiscono gli scienziati del Northwestern.

Il cancro non può adattarsi o diventare resistente agli RNA tossici, rendendolo un trattamento potenzialmente antiproiettile se il codice di uccisione può essere sinteticamente duplicato. L'incapacità delle cellule tumorali di sviluppare resistenza alle molecole è una prima, hanno detto gli scienziati.

"Ora che conosciamo il codice di uccisione, possiamo attivare il meccanismo senza dover ricorrere alla chemioterapia e senza interferire con il genoma. Possiamo usare questi piccoli RNA direttamente, introdurli nelle cellule e attivare il kill switch ", ha affermato l'autore principale Marcus Peter, PhD, il professore di Metabolismo del cancro di Tom D. Spies.

La chemioterapia ha numerosi effetti collaterali, alcuni dei quali causano tumori secondari, perché attacca e altera il genoma, ha detto Peter.

"Abbiamo trovato armi che si trovano a valle della chemioterapia", ha osservato Peter, anche professore di Medicina nella Divisione di Ematologia e Oncologia e di Biochimica e Genetica Molecolare, e membro del Centro per il cancro globale Robert H. Lurie della Northwestern University.

Il documento che descrive il codice di uccisione e l'identificazione di come i microRNA che combattono il cancro utilizzano il codice per uccidere le cellule tumorali è stato pubblicato su Nature Communications. Il documento che descrive che i grandi RNA codificanti proteine ​​possono essere convertiti in piccoli RNA tossici è stato pubblicato su eLife.

"Il mio obiettivo non era quello di inventare una nuova sostanza tossica artificiale", ha detto Peter. "Volevo seguire la guida della natura. Voglio utilizzare un meccanismo sviluppato dalla Natura."

In una ricerca pubblicata nel 2017, Peter ha mostrato che le cellule tumorali muoiono quando ha introdotto alcune piccole molecole di RNA. Ha anche scoperto che le cellule cancerose trattate con le molecole di RNA non diventano mai resistenti perché le molecole eliminano simultaneamente più geni che le cellule tumorali hanno bisogno di sopravvivere.

All'epoca, Peter disse: "È come suicidarsi pugnalandosi, sparandosi e saltando 
da un edificio tutto nello stesso momento. Non puoi sopravvivere. "
 
Ma non sapeva quale meccanismo causasse l'autodistruzione delle cellule. 
Ciò che sapeva era una sequenza di soli sei nucleotidi (6 mers) presenti in piccoli 
RNA che li rendevano tossici per le
cellule tumorali. I nucleotidi sono molecole organiche che sono gli elementi 
costitutivi del DNA e dell'RNA. 
Sono G, C, A o T (in DNA) o U (in RNA).
 
Nel primo dei nuovi studi, Peter ha testato tutte le 4.096 diverse combinazioni 
di basi nucleotidiche nei 6mers fino a quando non ha trovato la combinazione 
più tossica, che è G-ricca, e ha scoperto microRNA
espressi nel corpo per combattere il cancro. uccidere le cellule tumorali.
 
Nel secondo studio, Peter ha mostrato alle cellule di tagliare un gene (ligando di 
Fas) coinvolto nella crescita delle cellule
 
tumorali in piccoli pezzi che poi agiscono come microRNA e sono altamente
tossici per il cancro. Il gruppo di Peter ha scoperto che circa il tre percento
di tutti gli RNA di codifica proteica nel genoma può essere elaborato in questo
modo.
 
"Sulla base di ciò che abbiamo imparato in questi due
studi, ora possiamo progettare microRNA artificiali che sono molto più potenti
nell'uccidere le cellule tumorali rispetto a quelli sviluppati dalla
natura", ha detto Peter.
 
 
Il prossimo passo? "Abbiamo assolutamente bisogno di
trasformare questo in una nuova forma di terapia", ha detto Peter. Sta
esplorando diversi modi per innescare il codice di uccisione incorporato per
uccidere le cellule tumorali, ma ha sottolineato che una potenziale terapia ha
molti anni di riposo.
 
Altri autori del Northwestern sono Elizabeth Bartom, PhD, assistente professore 
di biochimica e genetica molecolare, Quan Gao, William Putzbach e
Andrea Murmann.



Tratto da: https://news.feinberg.northwestern.edu/2018/10/cancers-most-deadly-assassin-exists-in-every-cell/